L’ultimo album in studio della cantautrice americana Lana Del Rey, intitolato Lust for Life, si apre con il potente singolo che l’ha anticipato, ovvero Love in cui la cantante dà il meglio di sé riprendendo lo stile originale ed innovativo del primo disco. Stile che ritroviamo anche nella bella 13 Beaches in cui si abbandona ad un bellissimo vocalizzo ed in Lust for Life, un grandissimo duetto con The Weeknd, in cui la voce del cantante impreziosisce il testo davvero poetico che, in alcuni punti, sembra anche far riferimento al delicato tema del suicidio (*).

In God Bless America Lana, da sempre sensibile alle gioie ed i dolori del suo paese natale, abbraccia una melodia più aperta e gioiosa in un brano esile e molto semplice. Tuttavia la canzone seguente, la coinvolgente When The World Was At War We Kept Dancing, trasuda assolutamente tutt’altro che gioia e speranza. Qui si interroga sul ruolo attuale della grande potenza e le sue infinite contraddizioni risultando molto dura nei versi del ritornello “Is it the end of an era? / Is it the end of America?”.

La vera gemma del disco, però, è la commovente Beautiful People, Beautiful Problems in cui, accompagnata dalla “strega bianca” della musica, Stevie Nicks, canta una ballata che colpisce dritto alla pancia fin dal primo ascolto.

Molto particolare la collaborazione con Sean Ono Lennon, figlio del celebre musicista. Le loro voci si mescolano perfettamente insieme e restituiscono un pezzo, Tomorrow Never Came, che può benissimo essere inserito nella colonna di un bel film.

In conclusione non è un caso trovare Get Free, brano in cui l’artista lascia esplicitamente una specie di Manifesto, in cui insegna a farsi forza, a uscire dalle situazioni buie focalizzandosi su sé stessi e a vivere la vita secondo le proprie regole senza seguire il gioco di qualcun’ altro “I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or to live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black”.

Nonostante i suoi fan reclamino costantemente nuova musica, il fatto di aver pubblicato un disco dopo soli due anni dal precedente composto da ben 16 brani, che comprende qualche pezzo inconsistente e che nulla aggiunge (anzi spesso toglie, come nel caso della pessima Summer Bummer) e chiudere la tracklist con canzoni davvero lunghe (addirittura 5,55 min) appesantisce il lavoro nel suo complesso rendendolo un disco che è sicuramente da ascoltare, migliore di alcuni album precedenti, ma che non può essere promosso con lode.

Ad ogni modo la poetessa Lana Del Rey non ha perso affatto smalto. Continua ad emozionare proprio perché descrive situazioni, emozioni e location maledettamente vere, posti dove possiamo benissimo aver vissuto una vita o esserci soltanto passati in macchina qualche estate fa “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay”.

Sebbene Lust for Life affondi le proprie radici nel passato si discosta nettamente dalle tematiche tragiche della morte, dei cuori infranti e delle storie d’amore finite male presenti nel primo bellissimo lavoro per abbracciare, con una nuova consapevolezza, la tendenza alla felicità, che non è altro che il parallelo del grande lavoro che l’artista ha fatto su sé stessa, nel suo privato, in questi ultimi anni.

Da ascoltare *8*


(*) Infatti nei versi “Climb up the H / Of the Hollywood sign / … / There’s nobody here” e “They say only the good die young / That just ain’t right…” sembrerebbe esserci un riferimento alla storia dell’attrice Peg Entwistle che decise di suicidarsi giovanissima gettandosi dalla cima della prima lettera della scritta Hollywood.

Annunci